politica · società

Poletti e gli italiani all’estero

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Fonte: Il Fatto Quotidiano

Non sono una persona polemica, che prende alla lettera quello che i ministri dicono né che se la prende per frasi infelici – ad ognuno capita di fare le famose “sparate” – ma ho visto recentemente una escalation di interesse verso gli Italiani all’estero, e di certo non in senso positivo.
Gli Italiani all’estero (per abbreviazione IE) sono 5 milioni, non sono tre gatti in croce, ed è inutile definirci con un unica parole. Ognuno ha le sue ragioni, le sue motivazioni, ecc…
Per il referendum ho visto gente, tanta, che inneggiava alla non giustezza di lasciare il diritto di voto a chi avesse deciso di trasferirsi all’Estero, insomma tutti quelli iscritti all’AIRE (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero).
Le motivazioni sono le più disparate. Le tre motivazioni principali sono:
1. Brogli
2. “Hanno lasciato il paese, e allora ciao”
3. Non vivono la realtà italiani quindi inquinano il voto
4. C’è gente che ha la cittadinanza italiana e manco sa l’italiano
Andiamo a vederli uno per uno.
1. I brogli ci potrebbero essere essenzialmente anche in Italia. Vedi Roma. Quindi stiamo a parlare della fluffa.
2. Questo è un punto che riprenderò dopo, ma il voto è un diritto fondamentale dell’individuo come parte di una Nazione. Non è possibile neanche pensare di rimuoverlo, a mio avviso.
3. Gli italiani all’estero essendo fuori dalla realtà italiana potrebbero riuscire a votare in maniera più ragionata e distaccata, senza il “Renzi a casaaaaa!” che come abbiamo visto ha portato al NULLA. Ovviamente nessuno è obbligato a votare, né all’estero né in Italia. Quindi non vedo il problema.
4. Questo è vero, vedi i calciatori, ma non capisco il discorso di togliere il voto a tutti, anche a gente che in Italia c’è nata e cresciuta. Dovrebbero effettivamente rivedere i principi dello ius sanguinis.
Si è arrivati oggi a vedere Poletti dire un bel “me ne frega” se un sacco di italiani vanno all’estero.
Prima di tutto importante capire che vivere in un posto non è come andarci in vacanza. Roma vista dagli occhi di un turista è magica, vista dagli occhi di chi ci vive un tormento. Sembra una cosa banale ma la gente non lo capisce. Si crede che andare a vivere all’estero sia semplice, un’avventura che si fa a cuor leggero.
Non è così. Ci sono gli avventurieri ma sono pochi, e io che ho vissuto 2 anni all’estero so di cosa sto parlando.
Quando si lascia l’Italia si lascia molto più del proprio paese. Si lasciano i propri parenti, i propri affetti, le proprie abitudini, la sicurezza di casa propria. Si va nell’ignoto. Per quanto si ci possa informare, per quanto internet sia un buono strumento non si saprà mai tutto. C’è lo shock culturale, il bisogno di trovare un nuovo posto in cui vivere, in un paese che non è il tuo, con una lingua totalmente diversa certe volte, magari da solo, senza compagni o figli. Si deve combattere per tante cose, ma si ci prova… perché? Perché non si ce la fa a vivere nella propria nazione. E quando si arriva a questa consapevolezza fa male. Non si ha certezza del domani, non si vede la fine del tunnel e questo porta la persona ad una decisione estrema di allontanarsi, di lasciare tutto e tutti, diventare l’instabilità fatta a persona per una presunta stabilità futura. Sperando vada tutto bene si riuscirà a stabilirsi ma anche in quel caso si avrà sempre la consapevolezza di essere in un paese che non è il tuo. E l’Italia certe volte manca davvero tanto, ma si sa che non si può tornare lì perché oltre gli affetti questo paese ha poco da offrire.
Poletti forse pensa davvero che andare all’estero uno lo fa perché non ha niente da perdere e allora amen,  ma invece questo fenomeno di emigrazione nasconde un disagio profondo dei nuovi potenziali lavoratori che si ritrovarno a pregare per dei voucher, con il precariato che pesa sulle spalle. E’ il fallimento della politica del lavoro italiana, e Poletti da ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali dovrebbe capire ciò.
Ovvio che non tutti quelli che se ne vanno sono dei potenziali Einstein, ci sta! io non credo di essere un super cervello, che avrei potuto in Italia creare astronavi futuristiche, ma sono – anzi, siamo – persone stufe del sistema, vogliose di lavorare e che lo vogliamo così tanto che se non lo troviamo in Italia, andiamo all’estero. I nostri problemi dovrebbero riguardarla caro Signor Poletti, perché anche se non siamo degli astrofisici o abbiamo solo una laurea magari abbiamo dei diritti che lei dovrebbe salvaguardare invece l’unica cosa a cui si attiene sono i voucher.
Gli IE sono alcune volte derisi o scoraggiati dai connazionali, parenti e amici, in più qualcuno pure pensa a toglierci il diritto di voto, mentre il Ministro del Lavoro ci vede come una sorta di assegni di disoccupazione risparmiati, evidentemente.
Spero che qualcuno un giorno sia in grado di capire la gravità di questa piaga sociale, perché questo è. Chi li fa lo fa in maniera volontaria, ovvio, ma certe volte forzato dalla realtà triste e precaria del nostro Paese. E di questo va tenuto conto.

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